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Modena – Con il progetto Calcio di strada il pallone torna per le strade della città

19 Febbraio

C’è un’idea semplice dietro al progetto Calcio di strada partito a Modena nel novembre 2025: riportare il pallone dove era nato. Nelle piazze, nei parchi, negli spazi attraversati ogni giorno da ragazzi che spesso hanno molto tempo e poche occasioni per trasformarlo in relazione. Un’idea semplice, appunto. E proprio per questo socialmente e politicamente rilevante.

In un tempo in cui il disagio giovanile è diventato una categoria da convegni, statistiche e allarmi periodici, il Calcio di strada prova a fare un’operazione controcorrente: non parlare dei ragazzi, ma stare con i ragazzi. Non costruire recinti educativi, ma abbassare la soglia. Non chiedere iscrizioni, ma offrire presenza.

Il progetto, sostenuto dal Comune di Modena e promosso da Mo’ Better Football APS, CSI Comitato di Modena e ACLI Provinciali di Modena APS con la collaborazione del Modena Calcio, nasce come intervento di prossimità e presidio leggero dello spazio pubblico e si fonda su una intuizione tanto elementare quanto dimenticata: il gioco, quando è libero e non addomesticato, è un potente generatore di comunità. Basta poco: un pallone, due porte, qualcuno che innesca la partita. Il resto arriva da sé.

Da ottobre, il Calcio di strada, nei suoi primi 6 appuntamenti (l’ultimo sarà il 19 febbraio), ha coinvolto una media di venti ragazzi e ragazze ad incontro, ha coinvolto 7 realtà che operano con i giovani in difficoltà e ha visto la partecipazione di una quindicina di adolescenti che si sono uniti spontaneamente. Un ottimo risultato, ma i numeri, in questo caso, contano fino a un certo punto. Perché il valore del progetto non sta nella performance, bensì nella possibilità che apre: quella di restituire senso e funzione alle piazze come luoghi vissuti, abitati, riconosciuti.

Il calcio di strada non è un’attività sportiva nel senso classico. È piuttosto un dispositivo sociale: destrutturato, informale, inclusivo. Non seleziona, non classifica, non promette carriere. Accoglie. E intercetta anche chi solitamente resta estraneo alle proposte organizzate: adolescenti ai margini, ragazzi con background migratorio, giovani che hanno smesso di riconoscersi in una comunità.

C’è poi un altro elemento decisivo: il presidio. Le piazze non si rendono più sicure solo con ordinanze e telecamere. Spesso lo diventano semplicemente tornando a essere vissute. Gruppi che giocano, si fermano, parlano, producono una normalità condivisa che abbassa il conflitto e rafforza il senso di appartenenza.

Alla fine, il messaggio è chiaro: per occuparsi seriamente di adolescenti e comunità non servono sempre grandi strutture. A volte basta rimettere un pallone in mezzo alla piazza e avere il coraggio di lasciare che il gioco faccia il suo lavoro.

 

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  • Data: 19 Febbraio